
Quando precipitano così, sul mattonato del giardino, vuol dire che qualcuno l’ha fatta grossa.
Se continuano a picchiettare a lungo, è stato il figlio: che sarà pure piccolo, ma stupido non è, e l’ha capito che il miglior modo di farsi perdonare è darle il tempo di sbollire, di temere per lui e riintenerirsi. Di modo che quando lo trova nella rimessa degli attrezzi, sotto la macchina in garage o spalmato tra il muro e l’armadietto da pesca del padre non si ricorda più perché lo cercava, ma solo che non riusciva a trovarlo.
Se s’imbizzarriscono e poi tacciono è colpa del marito, quel povero marito magro magro, giallo giallo, lungo lungo, così impietosamente esposto a tutto per colpa delle ciglia color senza color.
Il silenzio che scavalca i loro bussi mi viene a disturbare dentro casa, mi tira per la giacca perché ascolti cose che vuole dire solo a me. Dalla cornice del mio modesto patio seguo la traccia degli spostamenti d’aria: di là, a pochi metri, si recita a soggetto.
Cala il sipario: si comincia.
Perché c’abbiamo lingue multiformi che ci leccano e vestono e spogliano. In ossequio al principio di riservatezza tengo gli occhi annodati al petto; non cerco poltronissime: conosco altre parole, altri discorsi.
E seguo altre parole, altri discorsi: fatti sostando e non sostando, fatti con la bocca d’Achille sul collo del piede.
Non esiste norma, solo performance: bisogna abituarsi, starci in mezzo, seguire prima il senso, poi il significato. Lingua da emigranti. Lingua da spie.
I talloni insistono a picchiare, a bussare a squillare a trascinare.
Incrocio intensità, frequenza e superficie: affondato.
Quante dichiarazioni d’amore e d’intenti, quanti amanti appassionati, quanti stanchi: i loro passi zittivano la bocca così abituata a significare, e raccontavano a me, soltanto a me, quello che negavano a sé stessi.
I tacchi delle donne, i tacchi dei signori, i tacchi in gomma dei bambini e dei bastoni tessono per i miei orecchi fraseggi disarmati, troppo onesti, involontari.
Il Morse prima del Morse: una lingua segreta, perché capisca solo chi deve.
Serve applicazione, serve guerra: e io c’ho passato dieci anni nella trincea scavata dall’assenza. Di lei.
Un buco nella terra per le sue ossa giovani.
Un buco nella branda per i miei giorni vuoti.
Per infilarceli quando spegnevano le luci, e avercelo pur’io qualcuno a cui far posto.
Nei corridoi i passi delle suore, una bava di voce per quelle trachee enormi.
Dalle ore di comoda punizione ho imparato la loro lingua.
La più struggente cantava triste tristi canzoni: Rita. La custode. Del suo segreto, che stringeva troppo forte tra le cocche degli scialli quando passava dietro le porte. Del suo dolore, che sciacquava nell’acqua morta delle giornate uguali: immerso riemergeva più opaco, e non c’era speranza che sbiancasse. Perché Ritina aveva ormai trent’anni, trent’anni trascorsi a scorrere per corridoi imbiancati a stucco, da un paio d’occhi all’altro di occhi come i suoi, indolenziti a furia di sgranarsi per ogni po’ di bene capitato. Agli altri.
Nei pomeriggi lunghi dell’estate ai suoi molti passi brevi, leggeri e vergognosi, pochi passi si venivano a mischiare: tutti a casa, chi alla propria chi all’altrui. Tre mesi per sperare in una vita che non sembrava arrivare mai.
A lei non la venivano a trovare. E non faceva gli uffici con le monache. E non poteva stare coi bambini.
Camminava.
Nella sospensione generale era quello il suo modo di passare.