domenica 22 febbraio 2009

Conquista


Pare che Colombo nutrisse un interesse da botanico allo spettacolo delle nuove Indie. Fiumi, alberi, uomini: tutto visto sotto la specie dei Mirabilia.
Cortes, tutt’altra pasta d’uomo, le seppe conquistare. Non imparando mai la loro lingua, costringendole ad apprendere la sua, idiomatismi inclusi. Scambiando sorrisi di donna con denti di pettini di tartaruga.
C’ho creduto subito.
Qualcuno che ha strillato “terra! terra!” all’apparire dei tuoi occhi bassi dal vetro di un caffè di pendolari, qualcuno che ha baciato l’omero destro della tua spalla nuda e fiduciosa, qualcuno che ha insaccato la sua araldica nel taschino sdrucito dei tuoi jeans.
Che l’hai lasciato crescere in silenzio, che ti ci divertivi a sillabare il nome del suo nome, a stargli dietro come una papera curiosa e senza mamma.
Ti chiamerò “Virginia”, ti chiamerò “La Ventosa”, ti chiamerò “Amore”. Ma non davanti ai miei amici. Ti chiamerò quand’ho bisogno e quando non avrò un’idea migliore. Ti colonizzerò, ti farò dritta, fertile, generosa. Quegli angoli che c’hai, quel rigoglio pauroso, dove si entra e non si sa più uscire, buono solo per bestie e fuggitivi vedrai, ne saprò fare legna e carta, buona per tutte le stagioni e voglie di gente evoluta come noi.
Ti terrai stretta quelle spanne di te, riserve protette per lasciar crescere generose erbacce e nostalgia, saprai in un momento, e da lì per sempre, che non ritorna il tempo in cui correvi a gara col tuo sangue e innamoravi le piante e le struggevi con quel tuo modo stupido di ridere a naso in aria e quella voglia matta di rotolarti per smussare i fianchi.

mercoledì 18 febbraio 2009

Patti generazionali I


Quarantacinque minuti.
Per sparecchiare, avvolgere nella pellicola gli avanzi, lavare i piatti, asciugarli, riporli, pulire il lavandino, il gas, le mattonelle vicino al gas, spazzare, passare lo straccio, ripassare lo straccio, mettere il centrotavola e chiudere le imposte, lasciando quel tantino di spiraglio che serve a mandare via l’odore di cucinato.
Sto migliorando.
Sto davvero migliorando.
Anche se sono ancora lontana dai virtuosismi di chi c’ha l’arte di fare tutto e bene nella metà del tempo che ci metto io.
Come faceva lei. Come vorrebbe fare ancora, e farebbe, se le ginocchia larghe e la larga schiena non la tradissero.
La sua vecchiaia è allegra, vitale, colorata e vezzosa. Compra cuscini nuovi una volta al mese. Cuscini da arredamento, inutili, superflui. Belli.
E il gusto delle cose la ingrassa, la ingrassa tanto che più desidera vivere meno ci riesce.
Io sono la sua gamba tonica, il suo braccio rapido, la sua vita agile da ragazza senza figli.
Io sono manovalanza.
E orecchie per ascoltare storie color seppia, e bocca per riderle addosso. E acqua per lavarle le spalle e dita sottili e ferme per chiudere i gancetti del reggiseno.
E tempo da venire, per sperare di esserci ancora quando arriveranno: i confetti della laurea, quelli del matrimonio, i figli e i capricci dei figli e l’educazione dei figli e le canottiere dei figli. Di lana. La lana asciuga il sudore.
Io sono Il Patto.
Una donna.
Devo avverare in me una promessa, essere quello che altre sono state, fare la parte mia. Loro hanno dato.
Io no. Comincio adesso. Comincio qui, dal vim in polvere. Dal lavaggio separato per i bianchi. Dalle patate che si asciugano subito dopo lavate, sennò si fanno nere. Dai carciofi che si mettono a bagno con l’acqua e limone. Dalla camicia, che si stirano per prima cosa collo e polsini. Dalle finestre che le devi aprire pure col freddo perché dov’entra il sole non entra il dottore.
Finché le gambe mi si coprano di viticci rosa e rossi, nessuno voglia più rubarmi baci e io dimentichi perché arrossivo tanto.

venerdì 13 febbraio 2009

La scoperta dell'alfabeto


Quando precipitano così, sul mattonato del giardino, vuol dire che qualcuno l’ha fatta grossa.
Se continuano a picchiettare a lungo, è stato il figlio: che sarà pure piccolo, ma stupido non è, e l’ha capito che il miglior modo di farsi perdonare è darle il tempo di sbollire, di temere per lui e riintenerirsi. Di modo che quando lo trova nella rimessa degli attrezzi, sotto la macchina in garage o spalmato tra il muro e l’armadietto da pesca del padre non si ricorda più perché lo cercava, ma solo che non riusciva a trovarlo.
Se s’imbizzarriscono e poi tacciono è colpa del marito, quel povero marito magro magro, giallo giallo, lungo lungo, così impietosamente esposto a tutto per colpa delle ciglia color senza color.
Il silenzio che scavalca i loro bussi mi viene a disturbare dentro casa, mi tira per la giacca perché ascolti cose che vuole dire solo a me. Dalla cornice del mio modesto patio seguo la traccia degli spostamenti d’aria: di là, a pochi metri, si recita a soggetto.
Cala il sipario: si comincia.
Perché c’abbiamo lingue multiformi che ci leccano e vestono e spogliano. In ossequio al principio di riservatezza tengo gli occhi annodati al petto; non cerco poltronissime: conosco altre parole, altri discorsi.
E seguo altre parole, altri discorsi: fatti sostando e non sostando, fatti con la bocca d’Achille sul collo del piede.
Non esiste norma, solo performance: bisogna abituarsi, starci in mezzo, seguire prima il senso, poi il significato. Lingua da emigranti. Lingua da spie.
I talloni insistono a picchiare, a bussare a squillare a trascinare.
Incrocio intensità, frequenza e superficie: affondato.
Quante dichiarazioni d’amore e d’intenti, quanti amanti appassionati, quanti stanchi: i loro passi zittivano la bocca così abituata a significare, e raccontavano a me, soltanto a me, quello che negavano a sé stessi.
I tacchi delle donne, i tacchi dei signori, i tacchi in gomma dei bambini e dei bastoni tessono per i miei orecchi fraseggi disarmati, troppo onesti, involontari.
Il Morse prima del Morse: una lingua segreta, perché capisca solo chi deve.
Serve applicazione, serve guerra: e io c’ho passato dieci anni nella trincea scavata dall’assenza. Di lei.
Un buco nella terra per le sue ossa giovani.
Un buco nella branda per i miei giorni vuoti.
Per infilarceli quando spegnevano le luci, e avercelo pur’io qualcuno a cui far posto.
Nei corridoi i passi delle suore, una bava di voce per quelle trachee enormi.
Dalle ore di comoda punizione ho imparato la loro lingua.
La più struggente cantava triste tristi canzoni: Rita. La custode. Del suo segreto, che stringeva troppo forte tra le cocche degli scialli quando passava dietro le porte. Del suo dolore, che sciacquava nell’acqua morta delle giornate uguali: immerso riemergeva più opaco, e non c’era speranza che sbiancasse. Perché Ritina aveva ormai trent’anni, trent’anni trascorsi a scorrere per corridoi imbiancati a stucco, da un paio d’occhi all’altro di occhi come i suoi, indolenziti a furia di sgranarsi per ogni po’ di bene capitato. Agli altri.
Nei pomeriggi lunghi dell’estate ai suoi molti passi brevi, leggeri e vergognosi, pochi passi si venivano a mischiare: tutti a casa, chi alla propria chi all’altrui. Tre mesi per sperare in una vita che non sembrava arrivare mai.
A lei non la venivano a trovare. E non faceva gli uffici con le monache. E non poteva stare coi bambini.
Camminava.
Nella sospensione generale era quello il suo modo di passare.

venerdì 6 febbraio 2009

Settembre


Li ho visti scoppiare d’adolescenza.
Niente rimpianti, solo un gran sollievo: ho respirato troppo a fondo e l’aria ha occupato il posto della storia che avevo nascosto sotto il diaframma, e che è dovuta venire a galla.
Principio dei vasi comunicanti.
Quando li ho incrociati lo spettacolo delle manovre complicate per deviare gli occhi dalla mia fronte ai fianchi mi ha parlato con una lingua che non ricordavo di sapere: lui curioso della propria potenza, lei scettica sulla possibilità che il suo corpo avesse una forma diversa dalla propria da imparare.
Tutto li tradiva.
Così equivoci e mostruosi, non capivo se fossero troppo o troppo poco, se partecipassero di due nature o di nessuna.
Ho letto i geroglifici tracciati dai nervi tesi dietro quei sorrisi a molla e li ho tradotti con una soddisfazione molto poco cristiana: parlavano di tutte quelle sciocche ridicolezze, delle umilianti debolezze, delle incomprensibili colpe ormai eterne impastate di sebo che io non volevo sentirmi raccontare.
E inspiegabilmente ho rivisto la mia di faccia, impiastrata, sopravvissuta a tutti i tentativi di cancellarla a scalpellinate, che sapeva di esistere ma non riusciva a sentirselo e cercava negli occhi degli altri conferma e riposo.
Quella disgustosa smania di piacere caramellata di orgogli ben celati. Come adesso. Come adesso?!
Marcia indietro.
Attenta.
Calma.
L’abisso vi divide.
Loro gravitano nel vuoto, informi, convinti di esistere e incapaci di provarlo. Tu no, hai avuto il tuo fondo da toccare per sentirti viva e pesante. E quanto.
E intanto passano, mi sfiorano, scompaiono, ma li sento parlare. Forse di me. Certo di me. E l’idea di restare invischiata a mezz’aria in quelle loro vite ectoplasmatiche mi fa talmente schifo che vorrei scordarli o costringerli a scordarmi.
E invece rido e saluto la mia vecchia maestra.
Grazie a Dio so mentire.

lunedì 2 febbraio 2009

Diciotto


Dante ha la mamma stanca, la nonna zoppa e il compleanno a giorni.
Dante ha gli amici grandi, i capelli neri e la donna grassa.
Non grassa da esser brutta, grassa come una bambina che non ha la bici né amiche che le reggano la corda.
Quando la stringe a sé sente che cede, che scappa la sua carne rosa rosa, si nasconde dietro i fianchi dispettosa, aspetta che la vadano a cercare. Le mani di Dante ormai lo sanno. Circondano la vita, risalgono la schiena, ma solo fino al solco del reggiseno, in cui il dito inciampa e cade: oscillano scorrendone i gancetti e immaginando.
Diciott’anni. Gli mancano tre giorni.
Sta già facendo i quiz della patente. Anche le guide a dire il vero. Vanno con Gigi per campagne, verso sera, quando le guardie hanno altro da fare che stare a dire a tutta quella vita di non avere fretta. Che diventerà grande e vecchia anche se la smette di corrersi davanti.
Con Gigi di sbagliare si vergogna, e se un errore deve farlo, bene, che sia quello di dare troppo gas, di non frenare mai per tempo, mai, di non staccare la destra dal cambio, di tenere la canna accesa tra le lebbra. Gigi annuisce, approva e benedice. Racconta di quand’ha fatto lui l’esame, di come gliel’ha messo in culo a tutti, che non ha mai studiato la teoria, che quando gli altri truccavano le moto lui già s’era stancato di guidare.
Dante aspira il fumo. Stringe gli occhi. Stira le labbra troppo sottili per reggere il peso dei silenzi che l’altro gli ci appende.
Guida e basta.
E pensa che ormai ci siamo.
E pensa a lei.
Che non lo sa, ma ha promesso. La sera che ha fermato quelle mani che le cercavano addosso un’emozione, rovistando a caso e malamente, troppo forte, troppo piano, e lui “perché?” e lei “non voglio”, e lui “perché?” e lei “qui no”, e lui “perché?” e lei “ci vedono”, e lui “ma quando?” e lei “tra poco”, e lui “ma quando?” e lei “aprile”.
Aprile.
Mese di ogni dolcezza, mese indolente, mese di tiepidi sonni, di tiepidi abbracci, mese tenero e stupido mese che scava le guance ai ragazzi, le cosce alle donne.
Ad Aprile lui avrà la pratica. Lei paura. Di sé, di quelle braccia troppo spesse per abbracciare stretto, di quello stomaco troppo molle e comodo perché chi ci s’appoggia non riposi.
E non lo sa che a lui non sembra vero. Di poterla guardare e accarezzare sul vellutino di un ribaltabile, di vincere la sua calda resistenza e sprofondare tra quei seni grossi, pesanti, pieni e larghi, tra i quali seguire la pista del borotalco, di spingersi a strattoni su quel corpo soltanto immaginato, di conquistarlo brano a brano, a palmi, a morsi.
La porterà a fare l’amore al mare, la spoglierà muovendoglisi sopra al ritmo di risacca che gli arriva dai finestrini aperti. Sarà un uomo, non farà torti a quelle carni buone, saprà aspettare che lei gli si schiuda, per lei confezionarà un ricordo che non faccia mai male, mai pentire.