
Dovremmo augurare il male ai nostri amici, a quelli a cui teniamo, ai nostri cari.
Non lo si fa, e va bene, ma davvero credo che invece si dovrebbe.
Non solo il male, no, né soprattutto il male, no, nemmeno.
Quel tanto che basta ad esfoliare la superficie morta della morta superficie.
Perché il male subito sa darti la misura di te, le tue misure: petto fianchi e vita.
Soprattutto vita.
Il gusto di non lasciare fuori niente, di imbrattartici, di conservarne i brandelli tra i denti. Il senso di ogni cosa, il suo modo di distorcere e restituire la tua immagine.
Ti fa scoprire strade laterali, sensi unici e vicoli ciechi che non te li saresti mai sognati: utili a volte come scorciatoie, altre per tirare tardi e innamorarti della desolazione accartocciata dei gatti pigri e dei balconi vuoti.
Troppo male può intontire.
Troppo poco intontisce senza meno.
Perché ci ruba stimoli e difficoltà e soddisfazioni.
Domandarsi “perché io?” e non avere in tasca né uno scellino né un pensiero.
Doversi arrendere e trovare nella resa un ottimo compagno di bevute.
Imparare anche questo.
Dire “io” e sentire dove sbatte l’eco.
Diventare i propri migliori amici.
Scoprire il nostro punto di fusione.
Farsi grandi.