
Il treno delle 20.15 mi mancava: nella mia collezione di partenze a quest’ora non ero mai partita.
I pendolari hanno lasciato piste d’odori acri e stanchi a tenergli il posto, e adesso mi dormono addosso i sonni ciondolanti dei pochi che hanno osato avventurarsi nella strada senza uscita del vagone: ad accettare l’inevitabile ci vuole un certo tipo di coraggio.
Porto una mano al cuore e non ci trovo che la stilo argento, quella che m’hanno regalato quei miei grandi amici di cui sono anni che non so più niente.
Lo scatto della punta che s’affaccia e si rivergogna abita la mia solitudine e le fa un po’ compagnia, intanto che la strada ci si mangia.
Passa un uomo stanco di passare.
Passa un quarto d’ora.
Passa la stazione di Perugia.
Passa un ragazzino fuori stagione, con delle scarpe in tela impolverate di polvere che qui non ce l’abbiamo e un broncio lungo più dei calzoncini.
La mano che lo guida è molle burro su cui si spalma il polsino scuro: di tela grossa e ruvida, severa. Di madre.
La madre lo sistema sul sedile di fronte al suo, e con manovre minime della testa lo soggioga e lo domina sicura: un piglio di badessa sulla vita di cuciniera .
Il ferro delle rotaie calamita le palpebre al suolo e lei lo guarda respirare come se da un momento all’altro l’aria che esce da quelle narici nere nere dovesse smetterla con questa pretesa della trasparenza.
E non succede.
Prima stazione . Lui si sveglia rumorosamente, dal di dentro; è il primo a sorprendersene, imbronciato, e fa per avvicinarsi a quel caldo corpo nero: cabbah del suo pellegrinaggio, meta obbligata e scelta, pilastro di una fede antica.
L’arco sopraccigliare dell’idolo, alzandosi, genera un’onda repulsiva così tempestosa e gelida da seccare le labbra tumide e l’argomento liquoroso delle lacrime. Stare dove si deve, senza discutere: anche questa è devozione.
Seconda stazione. Tutti lo guardano giocare con le ciocche unte dei suoi capelli azzurri, cedevoli come femminette alla ginnastica fantasia delle dita sbocconcellate. Si parla, si risponde, si insulta, si provoca, si sbrodola addosso parole grosse.
Stanotte dormirai da solo: questa la sentenza dell’idolo. Solo. La notte. Questa notte. Tutta la notte.
Le lampade superstiti del vagone sono incensieri che spandono chiarori ovattati addosso all’idolo, e le scosse ritmiche le fanno sbuffare di luce.
Terza stazione. Bologna.
Quarta stazione. La madre lo guarda cercare qualcosa a tentoni, con le labbra, nel sonno. Restituisce un paio di saluti riverenti ai coinquilini che abbandonano questa notte ferrata, lasciandoci a spartirla. Mi guarda senza guardarmi, la guardo senza guardarla, e fingo di dormire.
Il fischio del controllore scudiscia l’aria.
“Mamà”
Loguardamiguardaloagguantatirandolelabbra.
La destra scova nelle tasche enormi della tonaca un ciuccio avorio e coglie la messe di neri semi di preghiera e cristi crocefissi fioriti sulla catenella.
Dal naso in giù tutto promette tempesta e punizione, ma gli occhi le scappano ai lati, si allungano sulle tempie che s’accartocciano addosso alle bende del velo, bruciano di acqua salata.
E io non ho visto niente.